La salamandra di Lanza

Esemplare di Salamandra lanzai (foto di Franco Andreone, da wikipedia.org)La Salamandra di Lanza (Salamandra lanzai), dal nome dallo scienziato fiorentino Benedetto Lanza, è stata scoperta nel 1988 alle pendici del Monviso sul Pian del Re; si tratta di un piccolo anfibio dalla luminosa livrea nera, vertebrato terrestre endemico dell’arco alpino. Molto simile alla salamandra nera (Salamandra atra), ne differisce morfologicamente per la maggiore lunghezza, la forma del capo e l’estremità della coda, che è arrotondata.
La Salamandra lanzai vive esclusivamente nelle Alpi Cozie (Val Pellice, Val Po, Val Germanasca e parco del Queyras): il suo areale di diffusione risulta quindi assai circoscritto, non per nulla questa specie è considerata il Salamandride più raro d’Italia.
La Salamandra lanzai abita le praterie alpine tra i 1.500 e i 2.500 metri di quota, preferibilmente vicino ai ruscelli, ma la sua sopravvivenza non è strettamente legata all’acqua. Ha sviluppato particolari adattamenti fisiologici e comportamentali alla media ed alta quota, quali un ridotto metabolismo e un periodo di attività limitato a circa tre mesi l’anno. In inverno, quando la temperatura esterna scende sotto i 6 gradi, si rifugia sotto terra, dove vive in cunicoli o cavità, in uno stato di attività rallentata definita “latenza”. Da maggio a ottobre esce all’aperto e si riproduce; dopo 2 anni di gestazione mette al mondo da uno a sei piccoli già perfettamente formati, che non necessitano di un periodo di sviluppo in acqua: a differenza della quasi totalità delle altre specie di anfibi che depongono uova o piccole larve, la Salamandra lanzai è infatti vivipara. La longevità è eccezionale e sembra superare i 22 anni.
Ha costumi crepuscolari e notturni, e la sua pelle delicatissima non le permette di sopportare l’esposizione diretta ai raggi solari. Si nutre di lumache, piccole chiocciole, ragni e insetti anche acquatici. Non ha praticamente predatori, in quanto il liquido secreto dalla sua pelle è tossico e i soli animali che si cibano delle sue carni sono i gracchi corallini o alpini, che la scuoiano prima di nutrirsene.
Inserita dalla Direttiva Habitat tra le specie di particolare interesse comunitario e protetta anche dalla Convenzione di Berna sulla fauna selvatica, le minacce alla sua sopravvivenza sono legate in particolare all’alterazione del suo habitat naturale.